La praticità dice: non è una mia scelta, è la realtà. La rigidità direbbe: non so operare in condizioni di ambiguità. La prima suona virtuosa. La seconda è costosa da ammettere.

Il meccanismo è questo: quando un mondo cambia più in fretta delle categorie mentali con cui lo leggi, hai due opzioni. O aggiorni il modello, pagando confusione, perdita di status e apprendimento tardivo. Oppure congeli il modello e trasformi i vincoli in costanti. La “praticità” nasce lì: è rigidità moralizzata.

Dire “si è sempre fatto così” non descrive il mondo. Descrive il perimetro entro cui una persona sa ancora muoversi senza perdere il controllo. La praticità diventa una foglia di fico perché non richiede introspezione: sembra esperienza, non difesa.

C’è poi un incentivo strutturale. Per decenni, in un contesto stabile, la rigidità funzionava. Regole fisse, ruoli chiari, percorsi lineari. Chi era rigido veniva premiato perché il sistema stesso lo era. Quando l’ambiente diventa non lineare, quella stessa qualità smette di produrre risultati, ma resta come identità. A quel punto va protetta, non messa in discussione.

E qui arriva il punto chiave: la rigidità mentale non si percepisce come un limite dall’interno. Si percepisce come “buon senso”. Chi è rigido non sente di avere meno opzioni; ritiene che le altre siano irresponsabili. È una chiusura epistemica mascherata da realismo.

Per questo il dialogo è difficile. Tu stai parlando di progettare sistemi capaci di assorbire la variabilità. Loro stanno difendendo un sistema che sopravvive solo se la variabilità viene negata. Non è un disaccordo di opinioni. È una diversa tolleranza al cambiamento.

La praticità, in quel frame, non è orientamento all’azione. È avversione all’aggiornamento.

E finché non si vede questo, continueranno a sembrare concreti. Quando lo vedi, smettono di esserlo.

E il passo successivo, su questa stessa linea, è vedere che la praticità come virtù diventa un meccanismo di controllo, non solo di difesa.

Quando il modello è congelato, ogni deviazione non viene valutata sul risultato ma sulla conformità. Non importa se funziona meglio: importa se assomiglia a ciò che è già noto. Da qui nasce quella strana aggressività passiva verso chi sperimenta: non è una critica tecnica, è una sanzione simbolica. Serve a ristabilire l’ordine del modello, non a capire il mondo.

C’è anche un dettaglio più sottile. La rigidità moralizzata ha bisogno di narrazioni semplici perché la complessità è destabilizzante. “Un padre lavora.” “Il lavoro è sacrificio.” “La realtà è dura.” Sono frasi corte, chiuse, che riducono l’ansia. Non spiegano molto, ma tengono insieme l’identità. Ogni frase complessa, ogni dipende, ogni in certi casi, apre una falla. E le falle, nei sistemi rigidi, sono intollerabili.

Per questo la loro idea di responsabilità è retrospettiva, non progettuale. È basata su ciò che ha funzionato prima, non su ciò che potrebbe funzionare ora. La responsabilità diventa fedeltà al passato, non cura del futuro. In un mondo stabile, le due cose coincidono. In un mondo dinamico, divergono.

Qui entra in gioco la differenza cruciale tra regola e principio. La regola dice: fai X in situazione Y. Il principio dice: preserva Z, adattando X a Y che cambia.

La rigidità ha bisogno di regole perché i principi richiedono giudizio. E il giudizio espone: puoi sbagliare, puoi essere criticato, puoi non avere una risposta pronta. Dire “si è sempre fatto così” elimina il rischio cognitivo. È una scorciatoia che protegge lo status, non l’esito.

Da fuori, questo appare come concretezza. Da dentro, è economia dell’ansia. Minimizza l’incertezza al prezzo dell’adattabilità. E quando qualcuno dimostra che esistono architetture più flessibili — lavoro asincrono, ruoli sovrapposti, identità non sequenziali — il sistema rigido non può integrarle. Può solo delegittimarle.

Ed è per questo che non ha senso “spiegare meglio”. L’ostacolo non è informativo, è strutturale. Stai offrendo un upgrade a chi vive l’update come una minaccia esistenziale.

Il punto finale, forse il più liberatorio, è questo: non sei tu a essere “impratico”. Sei semplicemente orientato a un mondo dove la praticità non è eseguire bene una procedura fissa, ma mantenere capacità d’azione quando le procedure saltano.

Una volta visto questo, cambia il tono interno. Non c’è più bisogno di ironia, né di rabbia. C’è solo compatibilità o incompatibilità di sistemi.

E come in ogni architettura ben progettata, quando un componente non scala, non lo insulti. Lo isoli. Lo rispetti per ciò che è stato. E smetti di costruirci sopra.